Nel corso della grave e perdurante crisi politica, economica e sociale che grava sul Paese e che attualmente conosce la sua fase più acuta, il termine sussidiarietà è letteralmente scomparso dal lessico della politica.
Viene da domandarsi dove sia finito l’Intergruppo Parlamentare per la Sussidiarietà, quale sia il suo scopo, quali i suoi obiettivi. E’ giunto il momento che batta un colpo, essendo una delle rare espressioni bipartisan che il Parlamento e la politica conoscano.
A meno che la sua funzione non sia limitata a contenere, peraltro con scarso successo, gli attacchi e i danni prodotti, non da oggi, all’istituto del 5×1000.
Come è noto, anche sul Terzo Settore, osannato a parole, si abbatte la scure dei tagli:
- quelli diretti (VITA, Tagli al Non Profit numero 29, 20 luglio 2011, pagine 4-5-6)
- quelli indiretti, conseguenza dei provvedimenti che gravano sugli Enti Locali, da cui in larga misura dipendono il consolidamento e lo sviluppo di una sussidiarietà “virtuosa”, già pesantemente compromessa dalle gare d’appalto al massimo ribasso, per la gestione di servizi essenziali per la collettività.
In sintesi, è questo il difficile contesto dentro il quale è urgente che l’insieme del Terzo Settore, e segnatamente le organizzazioni nonprofit e le imprese
sociali alzino la voce, facendo sentire il peso e l’importanza del proprio ruolo sul mercato sociale ed economico.
Per farlo efficacemente, tali realtà non possono prescindere dall’agire anche sulla “dimensione Politica” con la P maiuscola, ponendo urgentemente l’attenzione al tema della rappresentanza, creando le condizioni perché sia più forte, efficiente ed efficace rispetto ad oggi.
“Il Terzo settore deve essere emergentista, cioè un settore che va a contaminare le logiche di azione di altri soggetti”.
Il primo passaggio fondamentale è la consapevolezza del proprio ruolo, abbandonando e sconfiggendo logiche residuali e marginali:
“Bisogna rilanciare il Terzo settore produttivo, un Terzo Settore redistributivo non basta.” Come? “Per esempio con obbligazioni di impatto sociale che gli inglesi hanno e noi no. E sapete perché? Perché qualcuno da noi ha interesse che il non profit sia elemosiniere”.
(Stefano Zamagni, incontrando il primo luglio scorso le Associazioni del Comitato Editoriale di VITA, in qualità di Presidente della Agenzia per il Terzo Settore: VITA numero 27, 15 luglio 2011, pag. 8 )
L’impresa sociale come necessità
“Ormai sono almeno 20mila le imprese sociali italiane, con oltre 400mila impiegati e un’utenza stimata di 5 milioni di persone.”
“L’Imprenditoria nonprofit deve intercettare i nuovi bisogni, lanciandosi sul mercato in particolare nelle aree in cui il pubblico si ritrae…che per esempio si occupi di sanità leggera, di servizi alla famiglia, di gestione delle badanti: è una sorta di innovazione dal basso, che sancisce la nascita di una seconda generazione di imprese sociali…Si tratta di cambiare alcuni schemi. In primis, il fundraising deve passare da accessorio a necessario: è uno strumento straordinario per guadagnare la fiducia dei partner e degli investitori.”
(Paolo Venturi intervistato da VITA – 16 settembre 2011 – numero 36 – Inserto CANTIERI dedicato al IX workshop di Iris Network di Riva del Garda)
“Il Decreto Legislativo n. 155 del 2006, in attuazione della Legge Delega n. 118 del 13 giugno 2005, ha introdotto nel nostro ordinamento l’Impresa Sociale…La struttura dell’Impresa Sociale è data dall’unione del requisito positivo della utilità sociale dei beni o dei servizi prodotti o scambiati, con quello negativo del divieto di distribuzione degli utili…un nuovo tipo di impresa, concepita e condotta come una qualsiasi azienda, ma capace di porsi obiettivi diversi da quelli del puro profitto, della mera remunerazione del capitale, in grado di rivolgersi totalmente alla risoluzione di problemi sociali.”
(Roberto Randazzo – L’impresa Sociale. Un’opportunità per il Terzo Settore – IPSOA Enti Non Profit 6 gennaio 2010)
E’ evidente ormai l’urgenza di “fare impresa” nel Terzo Settore ed indubbia la necessità di attrarre capitali privati.
Cresce la necessità di sviluppare l’autofinanziamento in forme classiche: fundraising istituzionale, da privati, aziende, fondazioni di erogazione. Cresce inoltre la necessità di attrarre capitali dai privati, disposti ad investire in imprese e progetti di utilità sociale.
Dato per scontato che la lunga e profonda crisi economica e sociale rafforza ulteriormente il ruolo del Terzo Settore come attore in grado di garantire
inclusione e coesione sociale, è evidente che va superata la sua intrinseca debolezza strutturale ed economico-finanziaria. Accanto al fundraising, istituzionale e da privati, è auspicabile che il Terzo Settore, almeno nelle sue realtà con più forti capacità di impatto sociale, sia posto e si ponga nelle condizioni di attrarre investimenti etici, che consentirebbero la realizzazione di interventi e progetti, altrimenti non sostenibili con il solo fundraising tradizionale.
Il D.Lgs n. 155 del 2006 costituisce una apertura in questa direzione, importante ma non ancora sufficiente, né tale da soddisfare la maggiore propensione agli investimenti etici da parte di una sempre più ampia platea di risparmiatori orientati ad investire almeno una parte del proprio capitale in imprese di
utilità sociale. Attualmente la legge non offre infatti la possibilità di una giusta ed equa remunerazione del capitale investito.
Molte organizzazioni che operano nell’ambito dell’assistenza sociale, sanitaria, socio-sanitaria, della valorizzazione del patrimonio, della tutela
dell’ambiente e in tutti i settori indicati nell’articolo 2 del D.Lgs 155/06 potrebbero svolgere più efficacemente il loro ruolo e la loro azione se
potessero contare su una maggiore capitalizzazione.
Naturalmente, l’investitore sociale pretende giustamente maggiori elementi di conoscenza sull’organizzazione, sui suoi progetti, sui risultati effettivamente raggiunti anche grazie al proprio investimento. Esige trasparenza, capacità manageriale, efficienza, efficacia, sostenibilità, continuità e, possibilmente,
replicabilità dei progetti che sostiene e su cui investe. Su questo versante il nonprofit deve fare ancora consistenti e diffusi passi avanti.
La figura del donatore, accanto a quella del finanziatore/investitore
Si assiste ad una sostanziale evoluzione della figura del donatore che si comporta sempre più da “investitore” che giustamente pretende di conoscere lo sviluppo e l’efficacia del progetto che sostiene, soprattutto in termini di impatto sociale.
Si tratta di un approccio consapevole e responsabile, un segno di maturazione della cultura della donazione, che si coniuga perfettamente con la crescente
spinta alla “imprenditoria sociale”, capace di assumere su di sé l’onere di contribuire ad ampliare e migliorare i servizi alla collettività, dunque, i rapporti sociali e la qualità della vita di ciascuno di noi.
Matura l’idea di una possibile e auspicabile compresenza e integrazione tra la figura del donatore e quella dell’azionista etico. Se messo in condizione di farlo, quest’ultimo potrebbe scegliere di investire anche solo temporaneamente i propri risparmi o il proprio capitale in una impresa sociale che giudica credibile e affidabile. Ne deriverebbe una significativa tendenza al superamento della cronica sottocapitalizzazione che ne frena sviluppo e capacità progettuale.
Allo scopo di attrarre capitali privati che assicurino sostenibilità all’impresa sociale occorrerebbero almeno due condizioni minime che attualmente la legge 155 nega:
- il riconoscimento di una remunerazione seppure limitata del capitale investito (equa remunerazione);
- la possibilità da parte dell’investitore di ritirare il capitale versato in caso di necessità.
C’è la possibilità di attenuare il vincolo della non distribuzione degli utili?
La risposta sta “nell’analisi di strumenti e disposizioni già presenti nel nostro sistema legislativo e che potrebbero essere adattati al caso dell’Impresa Sociale. Nelle cooperative a mutualità prevalente la distribuzione dei dividendi è legata a un criterio più elastico e maggiormente ancorato a criteri di mercato. Si potrebbe stabilire anche per le Imprese Sociali il divieto di distribuire i dividenti in misura superiore all’interesse massimo dei buoni postali fruttiferi, aumentato di due punti e mezzo rispetto al capitale effettivamente versato”.
(Da Impresa Sociale: una opportunità per il Terzo Settore – Avv. Roberto Randazzo – Ipsoa – Enti non profit n. 11/2009)
