Pubblicato da: Beppe Cacòpardo | 21 luglio 2008

COMPENSO IN PERCENTUALE? NO GRAZIE!

E’ il rifiuto che ogni fundraiser, professionale ed etico, deve opporre alla sempre più frequente offerta di compenso in percentuale, legato alle donazioni.
Il motivo è molto semplice: la chiarezza, la trasparenza ed il rispetto dovuto al donatore, il cui contributo è destinato ai beneficiari della causa, della mission, del progetto che ha scelto.

 E non ci pare che tra questi possa figurare il fundraiser, il cui giusto e legittimo compenso rientra nei costi generali di gestione o di promozione.

Il codice etico di ASSIF – Associazione Italiana Fundraiser – dedica un intero paragrafo al tema della remunerazione:
“…il socio ASSIF ha la facoltà di proporre ed accettare remunerazioni che, oltre ad una base fissa, prevedano anche una componente variabile collegata alla performance realizzata. Le componenti variabili della remunerazione (bonus o premi) legate al conseguimento o superamento degli obiettivi di raccolta devono essere definite in via preventiva e di comune accordo tra il socio ASSIF e l’ente beneficiario.
I soci ASSIF scoraggiano proposte di collaborazione che non prevedano una minima base di compenso fisso e che introducano sistemi di remunerazione variabile espressi come percentuale delle donazioni o dei donatori ottenuti
.”
Aggiungiamo qualche considerazione in proposito:

a) mettere la propria competenza e prestazione professionale al servizio delle associazioni aiutandole ad impostare, avviare e sviluppare progressivamente una corretta ed efficace strategia di fundraising significa stabilire un rapporto di collaborazione serio, coerente e mirato alla causa e alla mission dell’organizzazione, rispettoso dei suoi scopi, dei suoi valori, dei suoi beneficiari. Con tali premesse, il rapporto di collaborazione non può essere assimilabile ad un’attività di tipo commerciale, né ad una mera transazione derivante dalla vendita di un prodotto a un prezzo definito, di cui una quota parte spetta al venditore o al rappresentante;

b) forme di retribuzione e compensi professionali legati al risultato economico immediato rischiano di indurre il fundraiser a porre in essere scelte e comportamenti più mirati al guadagno personale che ai valori, all’interesse e alla coerenza dell’Associazione;

c) “le persone donano in favore di altre persone” è uno dei principi irrinunciabili cui il fundraiser deve ispirarsi. L’associazione è il tramite della generosità del donatore, il cui fine immediato è rendere migliore la vita di coloro che hanno bisogno e, con essa, la società e il mondo che ci appartiene;

d) la comunicazione finalizzata al fundraising ha pertanto l’obbligo di essere coerente e veritiera, etica e trasparente, senza equivoci e sottintesi;

e) l’attività di fundraising, in quanto strettamente integrata e coerente con l’attività istituzionale, non può essere misurata in termini quantitativi prima ancora che qualitativi. Tanto meno, può essere “data in appalto” e consegnata all’esterno, insieme all’immagine e alla reputazione dell’Associazione;

f) complessa e articolata, la strategia di fundraising si compone di molteplici attività diversificate e sinergiche tra loro.

Molte sono dunque le variabili che concorrono alla determinazione dei risultati e al successo o meno di intere campagne o singole iniziative.
Ne deriva che il compenso in percentuale non rispecchia affatto il reale valore della prestazione del fundraiser. Il professionista serio e competente ne è consapevole e sa che l’efficacia dell’attività non dipende unicamente dal proprio operato, bensì da una pluralità di fattori, dal “gioco di squadra” e dalle competenze di altri attori coinvolti, dalla maggiore o minore forza del brand dell’Associazione, nonché dalla sua maggiore o minore notorietà, visibilità, reputazione. E ancora, da eventi inattesi che, a seconda dei casi, possono determinare risultati di segno opposto. Ne deriva che le donazioni ricevute possono non essere legate all’attività del fundraiser, così come gli insuccessi, d’altro canto.
In buona sostanza e per concludere, non si possono assumere le donazioni come indicatore unico dello sforzo e della competenza profusi dal fundraiser.

Beppe Cacòpardo                            Francesca Zagni 
Consigliere ASSIF                            Presidente ASSIF

Questo articolo è stato pubblicato nel mese di giugno 2008 contemporaneamente sui siti di PROFESSIONETICA e QUINONPROFIT

Annunci

Categorie

%d blogger hanno fatto clic su Mi Piace per questo: