Pubblicato da: Beppe Cacòpardo | 8 marzo 2009

MICROCREDITO E BUSINESS SOCIALE PER LA RIDUZIONE DELLA POVERTA’

Junus Muhammad

Junus Muhammad

In una fase grave e prolungata di crisi come quella che stiamo attraversando,  mi sembra utile  pubblicare sul mio blog l’intervento di Muhammad Yunus alla conferenza di Fondazione Cariplo del 2 marzo 2009.  Momento di riflessione e stimolo per nuove idee per tutti noi che operiamo nel sociale.

Fonte: Fondazione Cariplo

Intervento di MUHAMMAD YUNUS alla conferenza di Fondazione Cariplo — 2 Marzo 2009

Ho cominciato ad occuparmi della povertà non come politico o ricercatore. L’ho fatto perché ero circondato dalla povertà e non potevo ignorarla.

Nel 1974, trovavo difficile insegnare le eleganti teorie dell’economia nella classi universitarie, con lo sfondo della terribile carestia del Bangladesh. Improvvisamente mi resi conto della vacuità di quelle teorie rispetto alla fame e alla povertà schiaccianti. Volevo fare qualcosa di immediato per aiutare chi mi stava intorno, anche se si fosse trattato di una sola persona, ad arrivare al giorno dopo facendo un po’ meno fatica.Questo mi ha fatto incontrare faccia a faccia con la lotta condotta dai poveri per racimolare la più minuscola somma di denaro che li aiuti a sostenere i loro sforzi per tirare avanti. Sono rimasto sconvolto quando ho saputo di una donna in un villaggio che, avendo chiesto in prestito meno di un dollaro ad un usuraio, lo aveva ottenuto a condizione di dargli il diritto esclusivo di comprare poi al prezzo da lui deciso tutto ciò che avesse prodotto. Mi sembrava che questo fosse un modo di reclutare mano d’opera per un lavoro forzato.

Decisi di redigere un elenco delle vittime di questo sistema di prestito di denaro nel villaggio vicino al nostro campus.

Quando la lista fu completata, riportava il nome di 42 vittime che avevano ottenuto in prestito una somma che ammontava a 27 dollari. Ero shoccato. Misi a disposizione 27 dollari di tasca mia per strappare queste vittime dalle mani degli strozzini. L’eccitazione che questa piccola azione aveva provocato tra la gente, mi portò a coinvolgermi ancora di più. Se avevo potuto rendere così tante persone così felici con una somma di denaro tanto ridotta, perché non fare di più?

Questo è ciò che ho provato a fare da allora in poi.La prima cosa che ho fatto è stata cercare di persuadere la banca del campus a prestare denaro ai poveri. Ma non ha funzionato. Non erano d’accordo. La banca ha detto che i poveri non erano solvibili. Dopo che tutti i miei sforzi, durati diversi mesi, risultarono vani, mi offrii come garante dei prestiti concessi ai poveri. Quando erogai i prestiti, fui stupito dal risultato. I poveri ripagavano i loro prestiti, puntuali, ogni volta! Ma continuavo a incontrare difficoltà nell’ampliamento del programma attraverso le banche esistenti.Fu allora che decisi di creare una banca diversa, per i poveri. Ci riuscii finalmente nel 1983. La chiamai Grameen Bank o banca del villaggio.

Oggi la Grameen Bank eroga prestiti ad oltre 7,6 milioni di persone, il 97 per cento delle quali sono donne, in 83.566 villaggi del Bangladesh. La Grameen Bank eroga prestiti che non necessitano di garanzie, prestiti per la casa, prestiti per studenti e per micro-imprese per le famiglie povere e offre ai suoi membri una serie attraente di strumenti di risparmio, fondi pensione e prodotti assicurativi. Da quando sono stati introdotti nel 1984, i prestiti per la casa sono stati impiegati per costruire 665.568 abitazioni. La proprietà legale di queste abitazioni è delle donne stesse. Ci siamo concentrati sulle donne perché abbiamo scoperto che garantire il prestito alla donna portava maggiori benefici alla famiglia.

Cumulativamente la banca ha erogato prestiti per un totale di 7,59 miliardi di dollari. Il tasso di restituzione è del 98,32 per cento. La Grameen Bank normalmente realizza un utile. Dal punto di vista finanziario è indipendente e non accetta donazioni in denaro dal 1995. I depositi e le risorse della Grameen Bank assommano oggi al 1.585 per cento dei prestiti concessi. Secondo gli studi interni della Grameen bank, il 65 per cento dei beneficiari di prestiti ha superato la soglia della povertà.

Questa idea che ha avuto inizio a Jobra, un piccolo villaggio del Bangladesh, si è diffusa nel mondo ed oggi vi sono programmi di tipo Grameen in quasi tutti i paesi.

Seconda generazione

Sono passati 30 anni da quando abbiamo cominciato. Continuiamo a guardare i figli dei nostri clienti per vedere l’effetto del nostro lavoro sulla loro esistenza. Le donne che ci hanno chiesto un prestito hanno sempre data la massima attenzione ai loro figli. Une delle “Sedici decisioni” da loro sviluppate e seguite è quella di mandare i figli a scuola. La Grameen Bank le ha incoraggiate, e ben presto tutti i loro bambini sono andati a scuola. Molti di loro sono diventati i primi della classe. Abbiamo voluto encomiare tutto ciò, così abbiamo introdotto delle borse di studio per gli studenti di talento. Molti di questi bambini hanno avuto accesso all’educazione superiore per diventare medici, ingegneri, insegnanti e professionisti. Abbiamo introdotto i prestiti per gli studenti per agevolare il completamento dell’istruzione da parte degli studenti Grameen. Ora alcuni di loro hanno conseguito un Dottorato (PhD).

Stiamo creando una generazione completamente nuova che sarà ben equipaggiata per strappare le proprie famiglie dalla povertà. Vogliamo spezzare il perpetrarsi storico della povertà.

Molti dei problemi del mondo odierno, compresa la povertà, persistono a causa di un’interpretazione troppo ristretta del capitalismo.

Il capitalismo si incentra sul libero mercato. Si dichiara che più sarà libero il mercato e migliore sarà il risultato conseguito dal capitalismo, nella soluzione delle questioni del cosa, del dove e del per chi. Si dice anche che la ricerca individuale del guadagno personale porti ad un risultato collettivo ottimale.

La teoria del capitalismo assume che gli imprenditori siano esseri umani mono-dimensionali, dedicati alla sola missione di massimizzare il profitto nelle loro esistenze lavorative. Questa interpretazione del capitalismo isola gli imprenditori da tutte le dimensioni politiche, emotive, sociali, spirituali e ambientali della loro esistenza. Molti dei problemi del mondo esistono a causa di questo vincolo sugli attori del libero mercato.

Siamo stati tanto impressionati dal successo del libero mercato da non avere mai osato esprimere alcun dubbio riguardo ai nostri assunti basilari. Abbiamo lavorato con molto impegno per trasformarci, nel miglior modo possibile, negli esseri umani mono-dimensionali concepiti dalla teoria, per consentire il più regolare funzionamento del meccanismo del libero mercato.

Ho detto che il capitalismo è una storia raccontata a metà. Definendo l’imprenditore in modo più ampio, possiamo cambiare radicalmente il carattere del capitalismo, e risolvere molti dei problemi sociali ed economici non risolti nell’ambito del libero mercato. Proviamo a immaginare che l’imprenditore, invece di avere una sola fonte di motivazione (come, massimizzare il profitto), ne abbia due, mutualmente esclusive, ma ugualmente convincenti — a) massimizzazione del profitto e b) far del bene alla gente e al mondo.

Ciascuna delle due motivazioni condurrà a un diverso tipo di business. Chiamiamo il primo tipo “business a massimizzazione del profitto” e il secondo “business sociale”.

Il business sociale sarà un nuovo tipo di business introdotto nel mercato con l’obiettivo di fare la differenza nel mondo. Gli investitori nel business sociale recupereranno il denaro investito, ma non avranno alcun dividendo dall’impresa. Il profitto verrà reinvestito nell’impresa per ampliarsi e migliorare la qualità del suo prodotto o servizio. Un’impresa sociale sarà costituita da una impresa non-loss e senza dividendi.

Una volta che il business sociale sarà riconosciuto dalla legge, molte delle società esistenti si faranno avanti per creare del business sociale oltre alle loro attività fondamentali. Molti attivisti del settore non-profit troveranno interessante questa opzione. A differenza di quanto avviene nel settore non-profit dove si devono cercare donazioni per mantenere in vita le attività, l’impresa sociale è auto-sostenibile e crea un sovrappiù di espansione perché si tratta di un impresa nonloss. L’impresa sociale entrerà in un nuovo e dedicato tipo di mercato dei capitali, per raccogliere capitali.

I giovani di tutto il mondo, in particolare dei paesi ricchi, troveranno il concetto di business sociale molto affascinante perché darà loro l’opportunità di fare la differenza usando il proprio talento creativo.

Quasi tutti i problemi sociali ed economici del mondo verranno trattati attraverso il business sociale. La sfida è quella di innovare i modelli di business e di applicarli con efficacia dei costi ed efficienza alla produzione dei risultati sociali desiderati, l’assistenza sanitaria dei poveri può essere un business sociale, così come i servizi finanziari per i poveri, la tecnologia dell’informazione, l’educazione e la formazione dei poveri, il marketing, le energie rinnovabili — che costituiscono tutte idee entusiasmanti per il business sociale.

Il business sociale è importante in quanto si occupa di aspetti molto vitali dell’umanità. Esso è in grado di cambiare la vita per il 60 per cento della popolazione mondiale, ovvero per la parte che si trova ai livelli sociali più bassi, e aiutarla ad uscire dalla povertà.

Non è possibile affrontare il problema della povertà all’interno dell’ortodossia del capitalismo così come viene pontificato e praticato oggi. Alla luce dell’incapacità di molti governi del Terzo Mondo di gestire in modo efficiente l’attività economica, sanitaria, educativa ed assistenziale dei propri Paesi, molti sono pronti a raccomandare che tali attività vengano “trasferite al settore privato”. Sostengo pienamente questa raccomandazione. Ma, allo stesso tempo, vorrei sollevare una domanda: di quale settore privato stiamo parlando? Il settore privato che si fonda sulla ricerca del profitto personale segue un suo protocollo molto chiaro. Esso si scontra violentemente con i programmi a favore dei poveri, delle donne e dell’ambiente. Le teorie economiche non sono ancora riuscite a fornirci un’alternativa di alcun genere rispetto a questo tipo di settore privato. A fronte di ciò, io sostengo che noi possiamo creare un’alternativa potente — un settore privato che si nutre dell’energia della coscienza sociale, creato da imprenditori sociali.

Persino le imprese basate sulla massimizzazione del profitto si possono concepire come imprese sociali attraverso il conferimento totale o parziale della proprietà ai poveri. Questo costituisce un secondo tipo di business sociale. La Grameen Bank rientra in questa categoria di business sociale, in quanto la proprietà è detenuta dai poveri.

Le azioni di queste imprese potrebbero venire date ai poveri da parte di donatori, oppure potrebbero venire acquistate dai poveri con denaro proprio. I beneficiari dei prestiti acquistano le azioni della Grameen Bank con il proprio denaro e tali azioni non sono trasferibili ai non beneficiari. Un team di professionisti dedicato si occupa della gestione quotidiana della banca. Questo tipo di business sociale potrebbe facilmente essere creato da donatori bi- o multi-laterali. Nel caso in cui un donatore volesse concedere un prestito oppure fare una donazione per la costruzione di un ponte in un paese beneficiario, potrebbe creare una “società per il ponte”, di proprietà dei poveri del luogo. Una società di management dedicato potrebbe avere la responsabilità di gestire l’impresa. Gli utili dell’impresa andrebbero ai poveri del luogo come dividendi, e costituire un fondo per la costruzione di altri ponti. Molte opere infrastrutturali, come strade, autostrade, aeroporti, porti navali e società di servizi pubblici potrebbero essere costituite proprio in questo modo.

La Grameen ha creato due imprese sociali del primo tipo. La prima consiste in una fabbrica di yogurt per la produzione di yogurt fortificato con supplementi nutrizionali per la alimentazione dei bambini malnutriti. Si tratta di una joint venture con la Danone che continuerà a sviluppare la propria attività finché a tutti i bimbi malnutriti del Bangladesh non sarà possibile avere accesso allo yogurt fortificato. Un’altra impresa riguarda una catena di ospedali oftalmologici, dove ogni ospedale si assumerà la responsabilità di effettuare in media 10.000 interventi sulla cataratta all’anno, a tariffe differenziate per i ricchi e i poveri.

Per poter mettere in collegamento gli investitori con il business sociale, dobbiamo creare una borsa esclusivamente per gli scambi delle azioni delle imprese sociali. Gli investitori dovrebbero potersi avvicinare a tali borse con la chiara intenzione di trovarvi un’impresa che abbia una mission di loro gradimento. Per contro, gli investitori che hanno soltanto l’obiettivo del profitto si rivolgeranno alla borsa tradizionale.

Per permettere il buon funzionamento di una borsa valori sociale, si dovranno creare delle agenzie di rating e si dovranno standardizzare la terminologia, le definizioni, gli strumenti per la misurazione d’impatto, il formato del ‘reporting’ e delle nuove pubblicazioni finanziarie, come per esempio, The Social Wall Street Journal. Le facoltà di economia dovranno prevedere corsi di laurea in imprenditoria sociale, in modo da formare dei giovani manager per la gestione efficiente delle imprese commerciali sociali e, più di ogni altra cosa, per ispirarli a diventare degli imprenditori commerciali sociali in prima persona.

Io sono a favore della globalizzazione e sono convinto che possa comportare più benefici per i poveri di qualsiasi alternativa. Tuttavia, si deve trattare del giusto tipo di globalizzazione. Per me, la globalizzazione è come un’autostrada a cento corsie che percorre il mondo in tutte le direzioni. Se l’autostrada è completamente gratuita per tutti, le corsie verranno invase dagli autotreni giganti delle economie potenti. I rickshaw del Bangladesh verranno spinti fuori strada. Per poter avere una globalizzazione in cui non vi sono vincitori né vinti, devono esistere delle regole del traffico, una polizia stradale e un’ente per il traffico che gestisca quest’autostrada globale. La regola secondo cui “il più forte prende tutto” dovrà essere sostituita da un regolamento che assicuri che i più poveri abbiano uno spazio e un ruolo nel quadro generale, senza il timore di venire estromessi dai più forti. La globalizzazione non deve trasformarsi in imperialismo finanziario.

E’ possibile creare delle potenti imprese sociali multinazionali per non disperdere i benefici per i popoli e per i paesi poveri derivanti dalla globalizzazione. Attraverso le imprese sociali si potrà, da un lato, darne la proprietà ai poveri e, dall’altro, mantenere il profitto all’interno dei paesi poveri, perché tali aziende non opereranno per il profitto. Per i paesi destinatari, gli investimenti stranieri diretti rappresenteranno un elemento di entusiasmo. Un’area di grande interesse per le imprese sociali sarà costituita dalla costruzione di forti economie nei paesi poveri ottenuta attraverso la protezione degli interessi nazionali nei confronti delle società predatrici.

Sono convinto che siamo in grado di creare un mondo senza povertà perché la povertà non è creata dai poveri. Essa è un prodotto creato e sostenuto dal sistema economico e sociale che ci siamo costruiti; dalle istituzioni e dai concetti che compongono tale sistema; dalle politiche che noi perseguiamo.

La povertà nasce dal fatto che le nostre teorie sono costruite in base ad assunti che sottovalutano le capacità umane. I concetti di base sono miopi (intendo il concetto di impresa, di solvibilità, di imprenditorialità, di occupazione) e le istituzioni sono state lasciate incomplete (come le istituzioni finanziarie, da cui i poveri sono stati esclusi). La povertà nasce da un fallimento concettuale, piuttosto che dalla mancanza di capacità da parte delle persone.

Io sono fermamente convinto che possiamo creare un mondo senza povertà se ci crediamo, tutti insieme. In un mondo dove la povertà non esistesse, l’unico luogo in cui la si potrebbe vedere sarebbe nei musei della povertà. Quando le scolaresche andrebbero a visitarli, rimarrebbero inorridite dal livello di miseria e mancanza di dignità a cui parte del genere umano era stato sottoposto. Essi incolperebbero i propri antenati per aver tollerato questa condizione inumana, che sarebbe esistita per un tempo così lungo e per un numero così grande di persone.

Gli esseri umani vengono al mondo provvisti di tutto quanto serve per occuparsi di se stessi, ma non solo. Essi sono in grado di contribuire ad estendere il benessere del mondo nel suo insieme. Alcuni hanno l’opportunità di esplorare il proprio potenziale, almeno in parte, mentre altri, per tutta la durata della propria vita, non hanno mai l’opportunità di poter svelare i meravigliosi doni con cui sono nati. Essi muoiono ‘inesplorati’ e il mondo viene privato delle loro capacità e del loro contributo.

La Grameen Bank mi ha dato una fede incrollabile nella creatività degli esseri umani e questo mi ha condotto alla convinzione che essi non sono nati per soffrire lo stato di infelicità comportato dalla fame e dalla povertà.

Per me, i poveri sono come gli alberi bonsai. Quando, in un vaso, si pianta il seme sano di un grande albero, si ottiene una copia di questo grande albero dell’altezza di pochi centimetri. Il seme non era difettoso, ma il terreno di coltura non era adeguato. I poveri sono come i bonsai. Il loro seme non ha difetti; semplicemente, la società non ha fornito loro il terreno adatto per crescere. Ne segue che tutto ciò che serve per togliere i poveri dalla povertà è la creazione di un ambiente fertile. Se i poveri riusciranno a scatenare la propria energia e creatività, la povertà scomparirà molto velocemente. Uniamo le mani per dare ad ogni essere umano un’equa possibilità di scatenare la propria energia e creatività.

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