Pubblicato da: Beppe Cacòpardo | 15 maggio 2011

COME VEDO IL FUNDRAISING DI DOMANI

Riporto di seguito l’intervista rilasciata alla Scuola di Roma Fund-Raising.it, pubblicata su “RITORNO AL FUTURO – Come vediamo il fund raising di domani”. 

Come giudichi i fenomeni che emergono dalla survey?

Merita particolare attenzione l’indicazione che emerge dall’indagine a proposito del “donatore come investitore sociale”.

Osservo con interesse l’evoluzione della figura del donatore che si comporta da “investitore”, che pretende di conoscere lo sviluppo e l’efficacia del progetto che sostiene, soprattutto in termini di impatto sociale.

Lo considero un approccio consapevole e responsabile, un segno di maturazione della cultura della donazione, che si coniuga perfettamente con la crescente spinta alla “imprenditoria sociale”, capace di assumere l’onere di contribuire ad ampliare e migliorare i servizi offerti alla collettività, dunque, i rapporti sociali e la qualità della vita di ciascuno di noi.

In questa ottica, vedo con molto favore la possibilità di coesistenza e integrazione tra la figura del donatore e quella che definirei di “azionista etico”. Se messo in condizione di farlo, quest’ultimo potrebbe scegliere di investire anche solo temporaneamente i propri risparmi o il proprio capitale in una impresa sociale che ritiene credibile e affidabile.

Da sempre sostengo che non va lasciato al profit il monopolio dei termini impresa e intrapresa. Molte organizzazioni nonprofit sono realtà che operano come vere e proprie imprese, con l’handicap però della cronica sottocapitalizzazione che ne frena sviluppo e capacità progettuale.

Dato per scontato che la lunga e profonda crisi economica e sociale rafforza ulteriormente il ruolo del Terzo Settore come attore in grado di garantire inclusione e coesione sociale, è evidente che va superata la sua intrinseca debolezza strutturale ed econimico-finanziaria. Accanto al fundraising istituzionale e a quello da privati, aziende e fondazioni di erogazione, auspico che una parte significativa e importante del Terzo Settore sia posto nelle condizioni di attrarre investimenti etici, che consentirebbero la realizzazione di interventi e progetti, altrimenti non sostenibili con il solo fundraising tradizionale.

Il D.Lgs n. 155 del 2006 costituisce una importante apertura in questa direzione, a mio parere non ancora sufficiente, né tale da soddisfare la maggiore propensione agli investimenti etici da parte di risparmiatori o di persone orientate ad investire almeno una parte del proprio capitale in imprese di utilità sociale. Attualmente la legge non offre infatti la possibilità di una giusta ed equa remunerazione del capitale necessità da parte dell’investitore.

Molte organizzazioni che operano nell’ambito dell’assistenza sociale, sanitaria, socio-sanitaria, della valorizzazione del patrimonio, della tutela dell’ambiente e in tutti i settori indicati nell’articolo 2 del D.Lgs 155/06 potrebbero svolgere più efficacemente il loro ruolo e la loro azione se potessero contare su una maggiore capitalizzazione.

Naturalmente, l’investitore sociale pretende giustamente maggiori elementi di conoscenza sull’organizzazione, sui suoi progetti, sui risultati effettivamente raggiunti anche grazie al proprio investimento. L’investitore sociale esige trasparenza, capacità manageriale, efficienza, efficacia, sostenibilità, continuità e, possibilmente,  replicabilità dei progetti che sostiene e su cui investe. Su questo versante il nonprofit deve fare ancora consistenti e diffusi passi in avanti.

Tre cose da fare assolutamente?

Ne dico 4 che mi sembra emergano in modo rilevante dalla survey.

Primo: formazione e aggiornamento costante e  continuo dei fundraiser,  per padroneggiare meglio i nuovi media, in particolare le attività in internet che devono entrare a pieno titolo, in modo strutturale e non episodico, nel piano di comunicazione e marketing mirato al fundraising.

Non sono tra coloro che mitizzano i nuovi media. E’ tuttavia evidente che il loro corretto utilizzo nell’ambito di una strategia integrata e diversificata potrà fare la differenza, in chiave di comunicazione oltre che di fundraising. Già ora, nel profit, larga parte degli investimenti promozionali e pubblicitari vengono destinati ad attività online. E questo è un indicatore da tenere ben presente.

Investire sulla rete significa anche migliorare e rafforzare relazioni fortemente personalizzate, la creazione di comunità, il passaparola che può coinvolgere un numero rilevante di soggetti potenziali sostenitori di progetti coerenti con i loro interessi. La rete rappresenta inoltre un ambito privilegiato per parlare e comunicare con i giovani, i donatori/investitori del futuro.

Un terzo aspetto da sottolineare riguarda la capacità delle organizzazioni di innovare e innovarsi, nonché di saper gestire in modo sinergico e integrato le molteplici e ormai complesse attività promozionali e di fundraising. Diversificazione, interazione, integrazione sono concetti chiave che accrescono l’efficacia del fundraising, inteso come strategia integrata all’attività istituzionale.

Infine, credo inscindibile il legame tra professionalità ed etica, concetto valido in assoluto e a maggior ragione per tutti coloro che operano nel nonprofit. I giovani guardano al nonprofit anche come modello di società, vi si avvicinano con forte entusiasmo, per gli aspetti valoriali che lo caratterizzano. Sono consapevoli di guadagnare un po’ meno rispetto al profit, ma sono altresì convinti che il minore guadagno possa e debba essere compensato da maggiori soddisfazioni e gratificazioni. Le motivazioni che li guidano sono alte e non vanno deluse. I giovani scelgono il nonprofit per fare cose utili, per lavorare e vivere in un settore improntato alla massima correttezza e trasparenza anche nei rapporti interpersonali. Vedono il nonprofit come ambito ideale per unire professionalità e passione. Facciamo in modo che le loro aspettative non vadano deluse.

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