Pubblicato da: Beppe Cacòpardo | 29 aprile 2012

PERCHE’ C’E’ BISOGNO DI UN’ASSOCIAZIONE DI TUTTI I FUNDRAISER

Interessante confronto quello aperto da Massimo http://www.blogfundraising.it/associazione-fundraiser/perche-ce-bisogno-di-unassociazione-di-tutti-i-fundraisers/#comment-1212 Meriterebbe di essere ripreso in altra sede, magari al prossimo Festival del Fundraising, ritagliandoci uno spazio a latere dell’intenso programma di sessioni. Molto meglio promuovere e sollecitare confronto che seguire la moda degli “award”. Superata, per fortuna, la “diatriba” su fundraiser professionista e professionale, a mio avviso fuorviante, resta la necessità di definire meglio il profilo di coloro che, se lo vogliono e lo richiedono, possono e devono far parte a pieno titolo di ASSIF. Non mi pare vi sia qualcuno che sostenga l’ipotesi di fare di ASSIF una sorta di sindacato di categoria di soli professionisti. In una visione aperta e inclusiva, ne devono far parte fundraiser che svolgono attività all’interno delle associazioni, consulenti, volontari “professionali” incaricati dagli organismi dirigenti di provvedere alla sempre più difficile sostenibilità di attività e progetti. Per chiarezza, non penso possa entrare tout court in ASSIF il volontario che, con disponibilità e dedizione, si impegna ai banchetti, con tutto il rispetto per una figura tanto preziosa. Penso piuttosto al socio volontario di una associazione che, formandosi, si dedica con una certa competenza ad avviare, consolidare e sviluppare il fundraising inteso come strategia coordinata e continuativa, nè occasionale, nè sporadica. C’è infatti notevole differenza tra raccogliere fondi e fare fundraising. Ben vengano inoltre nelle fila di ASSIF quei dirigenti che, nell’ambito della governance, determinano le condizioni necessarie perché la strategia di fundraising si realizzi pienamente, destinandovi budget adeguati che il buon fundraiser deve saper gestire con professionalità e competenza.
Questo era lo spirito e il senso degli emendamenti da me proposti e, per fortuna passati, al nuovo regolamento di ASSIF, che peraltro, così come il nuovo statuto, non condivido.
Associazione inclusiva non singifica nè apertura totale e indiscriminata, nè assenza di distinguo tra chi ha maturato anni di esperienza sul campo e chi si affaccia all’attività e alla professione con passione, ma privo o carente di necessari strumenti di conoscenza. La mia non è e non vuole essere una visione corporativa, tanto meno da conservatore e difensore di presunte rendite di posizione, inesistenti al rapido e costante mutare del mercato del fundraising in tutti i suoi molteplici aspetti. Porte spalancate ai giovani, dai quali ho molto da imparare, per esempio nel campo dei nuovi media e delle nuove tencologie. Ma se il fundraiser è concepito come figura che a pieno titolo deve contribuire alla governance di una organizzazione, garantendo la massima integrazione tra attività istituzionale e attività di comunicazione marketing e fundraising, non si può pensare di iscrivere automaticamente ad ASSIF i partecipanti a un corso o a un master, con tutto il rispetto per giovani e famiglie che investono, e molto, nella formazione. Questa scelta ha più il sapore del ritorno al passato, alla primissima ASSIF del 2000/2001, il cui originario statuto fu radicalmente rivisto da quel “Coordinamento Fundraiser”, di cui facevano parte Rossano Bartoli, Giangi Milesi, Paolo Giganti, Bea Lentati, Francesca Zagni e altri, tra i quali il sottoscritto (mi scuso se ho dimenticato qualcuno). La nostra visione di allora resta la mia attuale.
Il fundraising è una strategia oggi sempre più complessa e articolata, che richiede preparazione, competenza, professionalità, visione, capacità manageriali, di formazione e auto-formazione e di innovazione. Fundraiser non si nasce e non ci si inventa. Lo si diventa attraverso un percorso lungo, faticoso, con la piena consapevolezza della responsabilità che ci si assume nel ruolo e nella funzione che si ricopre.
Con spirito costruttivo, mi permetto di consigliare al nuovo CD di ASSIF, da un lato, di proseguire nell’ottimo lavoro di costruzione dei gruppi locali; dall’altro, di valutare con molta attenzione il rischio che intravvedo nelle scelte e nella linea intrapresa. Nel breve periodo, forse, esse porteranno ad includere un certo numero di giovani (per quanto tempo?), rischiando tuttavia di allontanare un consistente numero di fundraiser e dirigenti “di lungo corso”, con conseguenze negative anche dal punto di vista della rappresentatività e della autorevolezza dell’Associazione. Pur riconoscendo che la fidelizzazione dei soci è sempre stato un problema, dai dati forniti nell’ultima assemblea devo purtroppo constatare un alto turnover di iscritti e il mancato rinnovo di soci di vecchia data.
Per ragioni di spazio e di tempo non affronto qui il tema del ruolo di ASSIF nell’individuazione delle nuove frontiere del fundraising nel quadro della ridefinizione e riorganizzazione di un nuovo welfare. Il tema mi appassiona perché ritengo che su questo punto si giocherà nel breve periodo il futuro non tanto della categoria, quanto dell’intero settore. Spero di avere dato il mio modesto contributo al dibattito, con la franchezza di sempre e senza urtare la suscettibilità di alcuno.

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