Pubblicato da: Beppe Cacòpardo | 19 luglio 2013

A PROPOSITO DI FORMAZIONE

Torno indietro di qualche giorno, esattamente al pomeriggio del 24 giugno di quest’anno, alla tavola rotonda sul tema “Volontariato e Università a Milano: quando la formazione è un bene comune”, presso la sede del Ciessevi di Milano, in occasione della consegna dei diplomi ai 23 partecipanti del primo anno accademico dell’Università del Volontariato di Ciessevi.

Segnalo qui il link alla newsletter di VOCE Volontari al Centro (così vi iscrivete), per quanti fossero interessati all’ascolto di tutti gli interventi:

http://voce.milano.it/cosi-il-volontariato-laurea-la-solidarieta/?utm_medium=email&utm_source=Moxiemail%3A1536+Campagna+Standard&utm_campaign=Moxiemail%3A5472+VOCE+Casa+del+Volontariato+[newsetter+11]

Vorrei ora soffermarmi su alcuni spunti di riflessione, scusandomi con coloro che non cito per ragioni di spazio.

Per Lino Lacagnina, presidente Ciessevi di Milano e Provincia, al volontario non basta la generosità. Portare sostegno a chi ha bisogno richiede competenze e capacità, soprattutto nel raggiungere risultati. “Serve fare il bene preparandoci a farlo bene” che è poi la ragione vera alla base della Università del Volontariato, nata nel 2012, organizzata e gestita da Ciessevi, in collaborazione con le principali Università milanesi, frutto di 15 anni di esperienza e migliaia di persone formatesi con Ciessevi.

Per il prof. Zamagni, il Volntariato deve saper percepire la transizione da soggetto residuale a soggetto comprimario delle politiche di Welfare: …senza un intervento del volontariato nel disegno, oltre che nella gestione delle politiche di Welfare non può esserci futuro…Diventare comprimari carica di responsabilità legate alla competenza…Una Università come questa sarebbe auspicabile che mettesse a tema come poter disegnare un modello di governance che faccia propria l’idea di sussidiarietà circolare…cioè la sfera degli enti pubblici, la sfera della business community e la sfera della società civile organizzata devono interagire sistematicamente tra di loro, sia per la programmazione degli interventi, sia per la gestione.”

Per Vincenzo Russo, docente di psicologia delle organizzazioni e del lavoro IULM Milano, coordinatore della “Ricerca sui Bisogni” all’origine del programma del primo anno di formazione dell’Università del Volontariato, bisogna completare la fortissima esigenza di formazione nell’area della comunicazione e gestione dei gruppi, con “…le competenze manageriali. Di una managerialità che non può essere confusa con quella che viene dal mondo profit, ma che deve avere una sua specifica declinazione, che è quella del mondo del nonprofit.” Dunque, formazione e lavoro sugli aspetti della managerialità per acquisire competenze e porsi alla pari con tutti gli interlocutori.

Per Clotilde Camerata, Consigliera Nazionale Federavo e Responsabile formazione Avo (Associazione Volontari Ospedialieri) di Segrate MI, in rappresentanza dei 23 neo-laureati in solidarietà, “…abbiamo bisogno di competenze che però cadano nell’esperienzialità. Dobbiamo avere competenze per come si amministra un’organizzazione di volontariato, per quelli che sono tutti gli aspetti burocratici. Per quella che è la comunicazione non abbiamo gli strumenti, non abbiamo le competenze, soprattutto, non abbiamo le risorse, per cui dobbiamo formare i volontari…Dobbiamo uscire dall’autorenferenzialità, saper veramente cogliere in questo cambiamento globale anche tutti i cambiamenti dei bisogni che ci sono e sono tantissimi. Ed avere però l’aiuto delle persone, delle istituzioni di chi ha le competenze per poter essere in grado di assolvere questi bisogni nel momento attuale. Ci vuole professionalità, dobbiamo essere efficaci, dobbiamo essere efficienti. Queste parole che fino a qualche tempo fa nel mondo del volontariato erano quasi considerate bestemmie, adesso cominciano ad essere recepite”.

Vorrei sottolineare quest’ultima affermazione e terminare con una sorta di personale provocazione sul tema della formazione nella mia specifica area di competenza: la comunicazione e il fundraising.

Il mio invito è rivolto in particolare ai dirigenti delle Organizzazioni nonprofit, affinchè considerino la formazione sul fundraising non come mera trasmissione di metodologie e tecniche, peraltro necessaria. In quanto tali, esse non sono applicabili pedissequamente sempre e ovunque.

Per favore, non limitatevi alla domanda “insegnaci a raccogliere soldi”. Guardate oltre “insegnaci come organizzarci nel migliore dei modi per rendere sostenibili i progetti della nostra organizzazione”.

Tra i due approcci c’è una notevole differenza. Nel secondo caso, sarete voi ad individuare la strada migliore, più efficiente ed efficace per fare fundraising, che significa, costruire relazioni, attrarre volontariato e professionalità, raccogliere beni, servizi e risorse economiche.

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