Pubblicato da: Beppe Cacòpardo | 16 settembre 2013

TANTI E INVISIBILI

Esperienza forte quella vissuta nella notte tra sabato e domenica insieme ai volontari della Fondazione Isacchi Samaja.

Nella Milano animata del sabato sera, gli ultimi si nascondono, rifugiandosi sotto qualche galleria o struttura che li ripari dall’eventuale pioggia, lontani dagli sguardi distratti dei più.

I volontari della Fondazione, come di tutte quelle realtà che si prendono cura di loro, sanno dove trovarli: nei pressi di corso Buenos Aires, in via Benedetto Marcello, in via Melchiorre Gioia, dentro la stazione Garibaldi, lungo i binari, e fuori, lungo la strada segnata dai lavori in corso di quel centro direzionale fatto di grattacieli e torri luccicanti, così distanti dalla realtà e dalla cultura di quel quartiere un tempo popolare. Poco più in là, la vecchia movida di corso Como e quella nuova di piazza Gae Aulenti.

Ne scorgi uno, il camper si ferma, arrivano anche gli altri per ricevere cibo, tè caldo, qualche coperta, qualche indumento.

In agosto altri hanno affrontato la cosiddetta emergenza caldo che, insieme alla prossima emergenza freddo, si presenta puntuale ogni anno. Eppure tutti noi, istituzioni comprese, ci ostiniamo a chiamare emergenze quelli che sono periodi scanditi con regolarità dall’afa e dal gelo, entrambi terribili per i senza dimora, seppure per ragioni diverse.

La serata inizia con la preparazione dei sacchetti con il cibo: una focaccina o una pizzetta, un frutto, uno yogurt, biscotti, tovaglioli. Programmazione del giro, preparazione delle borse con i sacchetti, tè bollente nel thermos, bicchieri di carta…e via, si parte.

Siamo in sei, un volontario sempre alla guida. Si parcheggia dove si può, nei luoghi programmati o indicati dal Comune.Due restano sul camper, gli altri quattro raggiungono in pochi passi persone che scambiano volentieri due parole, preziose quanto e talvolta più del resto.

Ci si accerta delle condizioni di salute di ognuno, si prende nota per avvertire la Croce Rossa o un medico volontario in caso di necessità, si dà appuntamento per domenica sera in piazza Affari, dove stazionerà il camper per le cure mediche.

Se qualcuno ha bisogno di indumenti già disponibili sul camper e della misura giusta, si provvede subito. Altrimenti, si prende nota e sarà per la prossima volta.

Il giro serve anche a monitorare i bisogni.

Questo è il racconto sommario di una notte un po’ speciale per me, assolutamente normale per i tanti che da anni offrono il loro tempo prendendosi cura degli altri, degli ultimi in questo caso.

Le sensazioni provate le lascio al mio intimo.

Concludo con qualche riflessione che riguarda la mia attività professionale, forse scritta più volte e più volte affermata, che oggi mi appare più vera:

  • ogni fundraiser, prima di esprimersi e proporre strategie di comunicazione e raccolta fondi, dovrebbe ascoltare e conoscere dal di dentro la causa che intende promuovere. E’ il solo modo per poterla trasmettere con passione, allacciando relazioni solide e durature per ottenere risultati;

  • per fare fundraising bisogna usare bene le tenciche al servizio di cuore e passione, coniugando forti valori e principi ad altrettanto forti professionalità, competenze e capacità manageriali;

  • per le associazioni di volontariato, importanti sono la buona ricerca di volontari che diano continuità al loro impegno, di mezzi attrezzati, di cibo dei supermercati e del panettiere, di abiti di negozi o grandi magazzini. Chi lavora sul campo sa bene che tutto questo è utile e preziose tanto quanto la richiesta di denaro.

    Infine: spesso ci diciamo che l’unione fa la forza, ed è vero.

    Nel caso del nonprofit direi meglio: l’unione fa l’efficacia, se a monte c’è l’efficienza.

    L’efficienza della singola organizzazione, l’efficienza delle tante organizzazioni che si coordinano per non sovrapporsi nell’intervento, risultando complementari, sinergiche, integrate nello sforzo di rispondere ai bisogni non solo dei “propri” assistiti, ma di quell’universo di persone che hanno bisogno.

    Quante volte mi sono detto e ho sostenuto che, per disegnare il nuovo welfare sociale, è necessario e urgente che il nonprofit faccia rete e sistema. Da oggi ne sono più convinto.

    In caso contrario, alla irreversibile crisi del welfare state non sapremo opporre una valida alternativa di welfare sociale e civile.

    La mia riconoscenza alla Fondazione Isacchi Samaja, ai volontari e a coloro che forse ho distrattamente guardato molte volte, ma che ieri notte ho incontrato davvero: clochard, immigrati, Rom, persone cadute in povertà.

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Responses

  1. Che bene Beppe; mi viene voglia

    • …se ti aumenta la voglia, dimmelo e ti presento alla Fondazione. Grazie, Beppe

  2. complimenti Beppe per questa esperienza forte… non è facile mettersi in gioco e toccare con mano certe realtà scomode! un abbraccio e a presto

    • Cara Chiara, è vero, sono esperienze che possono apparire scomode. Confesso che è la prima volta che mi avvicino seriamente al problema. E’ presto per dirlo, non basta una notte, ma ti assicuro che sono esperienze che fanno crescere moltissimo. Si cresce ad ogni età, anche alla mia e si comprende solo se ci si avvicina personalmente, non solo mentalmente, con discrezione, umiltà e con il desiderio di conoscenza. Ti saprò dire in futuro.


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