Pubblicato da: Beppe Cacòpardo | 12 febbraio 2014

ASSOCIAZIONISMO E RAPPRESENTANZA

Intervista rilasciata alla Dr. Maria Cristina Antonucci, Docente in Associazionismo e Rappresentanza del Terzo Settore presso Dip. di Scienze della Formazione – ROMA TRE. Sarà pubblicata nel volume “Associazionismo e rappresentanza degli interessi del Terzo Settore” in uscita a maggio 2014 con La Nuova Scientifica (prima parte: La Rappresentanza)

D:    Il Terzo Settore italiano è caratterizzato da una particolarità: il grande pluralismo di soggetti attivi, che rende complesso sintetizzare e rappresentare le richieste emergenti presso i decisori politici che disciplinano la materia. Questa pluralità soggettiva rende complessa una rappresentazione unitaria di esigenze e istanze eterogenee nei confronti dei decisori pubblici. Secondo lei è possibile riuscire a rappresentare presso il decisore politico in maniera unitaria le istanze delle differenti categorie di soggetti del Terzo Settore? Ed è a suo avviso possibile creare un soggetto collettivo per la rappresentanza unitaria del Terzo Settore?

R:   Non so se sia possibile prevedere la rappresentanza mediante un unico soggetto del variegato e frammentato mondo del non-profit, che personalmente preferirei definire Privato Sociale. Notevoli sono le differenze tra un’organizzazione di volontariato e un’impresa sociale, pertanto, diverse sono le esigenze, che possono tuttavia coincidere su alcuni macro interessi comuni, come ad esempio le battaglie per la stabilizzazione del cinque per mille e l’abolizione del tetto che, oltre a penalizzare le associazioni, inganna i contribuenti. Penso inoltre al servizio civile universale e ad altri temi importanti che avrebbero grandi e positive ricadute sull’insieme del Terzo Settore.

Pesa tuttora una certa marginalità, da contrastare con forza, evidenziata dalla stessa denominazione “Terzo Settore”, quasi fosse meno importante degli altri due, pubblico e privato. Eppure, secondo il recente censimento ISTAT, il Settore ha un ruolo centrale, in particolare a fronte della crisi occupazionale e del welfare come lo abbiamo fin qui conosciuto. Rappresenta una enorme ricchezza per il Paese e per la collettività, in termini economici, occupazionali, con i suoi 680 mila  dipendenti, 190 mila in più dal 2001. E’ protagonista di innovazione sociale, con una vasta offerta di servizi e la sua diffusa e capillare presenza sul territorio, con oltre 300.000 realtà, tra associazioni, Ong, fondazioni, comitati, cooperative e imprese sociali, che assicurano integrazione, coesione sociale, progresso.

La sua dimensione qualitativa e quantitativa è in costante crescita. Non altrettanto si può affermare per il suo peso specifico nel determinare scelte di politica economica e sociale, a tutti i livelli.

In questo quadro, la debolezza, per non dire assenza di rappresentanza, costituisce un problema reale. Nonostante qualche recente e timido segno di attenzione, il settore continua a sottovalutare l’urgenza di darsi una solida rappresentanza, in grado di esercitare una azione forte e coordinata verso la politica e le istituzioni, di tutela di interessi generali del settore che, in larga misura, coincidono con quelli del Paese e della collettività.

L’assenza di rappresentanza fa sì che le grandi associazioni si muovono autonomamente e in ordine sparso, individuando propri interlocutori, in ragione del peso e della forza contrattuale che sono in grado di esercitare a tutti i livelli.

Emblematica la vicenda che, nel 2010, ha riguardato il rapporto con Poste Italiane e con vari Ministeri.

Nell’era della comunicazione digitale, le attività di direct mailing e di direct marketing restano fondamentali sotto il profilo della raccolta fondi. Nonostante l’incremento del fundraising online, il direct mail è tuttora lo strumento più efficace per acquisire e fidelizzare donatori, potenziali ed effettivi. Direct mail produce raccolta fondi, insieme ad una importantissima attività di informazione, sensibilizzazione, educazione attraverso la veicolazione di pubblicazioni, newsletter, riviste che rendono consapevoli e partecipi i donatori e, più in generale, l’opinione pubblica sulle attività svolte da ciascuna associazione e sull’impatto che queste hanno sui beneficiari e sull’insieme della società.

Ebbene, dal 2010 il considerevole incremento delle tariffe postali ha fatto lievitare i costi, con gravi ripercussioni sulle attività di comunicazione e fundraising. Le grandi associazioni, economicamente più solide, hanno sopportato il contraccolpo a differenza di numerose altre. Il che ha aggravato le già pesanti conseguenze indotte dalla crisi sulla propensione a donare.

Con tutta probabilità, in presenza di una autorevole rappresentanza di interessi e di un forte potere contrattuale, gli esiti della vicenda sarebbero stati più favorevoli al settore nel rapporto con Poste Italiane e con i Ministeri interessati.

In conclusione, la rappresentanza è una questione che ritengo di grande rilievo per l’insieme del settore, giustamente attento alla quotidianità e al perseguimento degli scopi istituzionali, ma poco incline ad una visione più ampia e complessiva, che punti a migliorare rapporti di forza e potere contrattuale a tutti i livelli.

Il deficit di rappresentanza concorre inevitabilmente a mettere in crisi la declinazione pratica del concetto di sussidiarietà orizzontale cara al Prof. Stefano Zamagni, secondo la quale pubblico, privato e privato sociale, insieme e pariteticamente, sono chiamati a cooperare per realizzare progetti e interventi di carattere economico e sociale, con positive ricadute sulla collettività, in un quadro di necessaria ridefinizione del welfare, basato sulla cittadinanza attiva.

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