Pubblicato da: Beppe Cacòpardo | 6 giugno 2016

EMPATIA

Foto Convegno 9 maggio 2016

Hanno bisogno di noi, hanno perso tutto, non la loro dignità.

Kurdistan_5x1000_2016

In queste condizioni, anche tu perderesti la speranza.

Sono due delle immagini di profughi e rifugiati in Kurdistan, fuggiti dalla guerra in Siria e Iraq, utilizzate nella recente campagna 5×1000 Focsiv via mobile. Non ci siamo limitati a indicare le semplici modalità, ma abbiamo scelto di rappresentare con brevi messaggi e immagini le terribili condizioni di vita di coloro hanno lasciato tutto per sfuggire al massacro, non la loro dignità.

“In queste condizioni, anche tu perderesti la speranza”.

Ovvero: in queste condizioni anche noi, nati fortunati in un Paese dal benessere diffuso, migreremmo in cerca di un futuro migliore per noi stessi e per la nostra famiglia.

Sono immagini vere, forti, ma rispettose della dignità della persona, come è giusto che sia in una comunicazione mirata prima di tutto a educare, per creare consenso e adesione, come premessa per raccogliere fondi.

Lempatia è la capacità di comprendere a pieno lo stato d’animo altrui, sia che si tratti di gioia, che di dolore. Empatia significa “sentire dentro“, ad esempio “mettersi nei panni dell’altro…(definizione da Wikipedia)

Sempre sul tema “Un’altra comunicazione è possibile“, sono convinto che generare empatia sia il modo migliore per sollecitare attenzione e riflessione in chi ascolta o in chi legge. Per questo può rivelarsi un buon approccio nella comunicazione orientata al fundraising.

L’empatia facilita la condivisione, in un approccio responsabile ai problemi. Ci fa mettere nei panni dell’altro per provare a sentire la sua stessa difficoltà, la sua gioia o il suo dolore. L’empatia può aiutare a sconfiggere falsi stereotipi, a evitare di ridurre tutto ad una breve quanto fugace emozione.

In assenza di condivisione e partecipazione, subentra l’assuefazione a notizie e immagini. Per reazione, si finisce per cambiare canale, si comincia a rimuovere e a ignorare l’esistenza del problema.

C’é differenza tra uso strumentale di immagini scioccanti funzionali a donazioni una tantum e uso responsabile per acquisire e, possibilmente, fidelizzare il donatore. Così come c’è differenza tra raccogliere soldi e fare fundraising. La raccolta fondi è un fatto occasionale, il fundraising è una strategia coordinata, continuativa. Fin qui i fundraiser concordano. Occorre tuttavia andare oltre e aggiungere che il vero scopo del fundraising, come strategia integrata all’attività istituzionale, è indurre cambiamento:

  • nelle coscienze, generando conoscenza e consapevolezza attraverso la comunicazione;
  • nelle condizioni di chi vive in situazioni di disagio o malattia;
  • nella situazione sociale, quella vicina e quella apparentemente più lontana da noi, ormai sempre più prossima.

Da qui scaturisce la spinta all’azione consapevole e responsabile, frutto di condivisione e di paretecipazione da parte del donatore.

Intendere così il fundraising è pura utopia o è piuttosto la nuova sfida ineludibile?

Vedo segni evidenti che vanno nella seconda direzione. Il che impone un approccio diverso alla comunicazione e al fundraising, che alimenti conoscenza, consapevolezza, responsabilità, individuale e collettiva.

Anche così, credo, si può invertire il calo di donatori evidenziato da una indagine realizzata da GFK Eurisko.

Su 10.000 casi rilevati per metà nel maggio 2013, per metà nel novembre 2013, si scopre che nel periodo 2007/2013 i donatori italiani sono ridotti da 31,4 a 22,2 milioni.

Non so se indagini più recenti segnano una auspicabile inversione di tendenza. Sono convinto che vi siano molte concause che spiegano il dato di quella citata, a cominciare dalla lunga crisi economica e sociale che ha attraversato il Paese e che ancora oggi fa sentire i suoi effetti. Sono altresì convinto che molto dipenda dalla diminuzione di fiducia da parte dell’opinione pubblica, a causa di scandali più o meno recenti che hanno riguardato il settore; dall’eccesso di frammentazione e di competizione; da una scarsa capacità di comunicazione, professionale e etica, rispettosa della dignità della persona. Un’altra comunicazione è possibile!

 

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