Pubblicato da: Beppe Cacòpardo | 4 giugno 2016

EMPATIA

Lempatia è la capacità di comprendere a pieno lo stato d’animo altrui, sia che si tratti di gioia, che di dolore. Empatia significa “sentire dentro, ad esempio “mettersi nei panni dell’altro…(definizione da Wikipedia)

Sempre sul tema “Un’altra comunicazione è possibile“, sono convinto che generare empatia sia il modo migliore per sollecitare attenzione e riflessione in chi ascolta o in chi legge. Per questo può rivelarsi un buon approccio nella comunicazione orientata al fundraising.

L’empatia facilita la condivisione, in un approccio responsabile ai problemi. Ci fa mettere nei panni dell’altro per provare a sentire la sua stessa difficoltà, la sua gioia o il suo dolore. L’empatia può aiutare a sconfiggere falsi stereotipi, a evitare di ridurre tutto ad una breve quanto fugace emozione.

In assenza di condivisione e partecipazione, subentra l’assuefazione a notizie e immagini. Per reazione, si finisce per cambiare canale, si comincia a rimuovere e a ignorare l’esistenza del problema.

C’è differenza tra raccogliere soldi e fare fundraising. La raccolta fondi è un fatto occasionale, il fundraising è una strategia coordinata, continuativa. Fin qui i fundraiser concordano. Occorre tuttavia andare oltre e aggiungere che il vero scopo del fundraising, come strategia integrata all’attività istituzionale, è indurre cambiamento:

  • nelle coscienze, generando conoscenza e consapevolezza attraverso la comunicazione;
  • nelle condizioni di chi vive in situazioni di disagio o malattia;
  • nella situazione sociale, quella vicina e quella apparentemente più lontana da noi, ormai sempre più prossima.

Da qui scaturisce la spinta all’azione consapevole e responsabile, frutto di condivisione e di paretecipazione da parte del donatore.

Intendere così il fundraising è pura utopia o è piuttosto la nuova sfida ineludibile?

Vedo segni evidenti che vanno nella seconda direzione. Il che impone un approccio diverso alla comunicazione e al fundraising, che alimenti conoscenza, consapevolezza, responsabilità, individuale e collettiva.

Anche così, credo, si può invertire il calo di donatori evidenziato da una indagine realizzata da GFK Eurisko.

Su 10.000 casi rilevati per metà nel maggio 2013, per metà nel novembre 2013, si scopre che nel periodo 2007/2013 i donatori italiani sono ridotti da 31,4 a 22,2 milioni.

Non so se indagini più recenti segnano una auspicabile inversione di tendenza. Sono convinto che vi siano molte concause che spiegano il dato di quella citata, a cominciare dalla lunga crisi economica e sociale che ha attraversato il Paese e che ancora oggi fa sentire i suoi effetti. Sono altresì convinto che molto dipenda dalla diminuzione di fiducia da parte dell’opinione pubblica, a causa di scandali più o meno recenti che hanno riguardato il settore; dall’eccesso di frammentazione e di competizione; da una scarsa capacità di comunicazione, professionale e etica, rispettosa della dignità della persona. Un’altra comunicazione è possibile!

 

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Pubblicato da: Beppe Cacòpardo | 27 maggio 2016

UN’ALTRA COMUNICAZIONE E’ POSSIBILE

 

Recentemente, l’Associazione di promozione sociale Redani (Rete della Diaspora africana nera in Italia), ha organizzato presso l’Università Upter il convegno “Cambiare si può“, allo scopo di sensibilizzare le associazioni sul corretto uso delle immagini nel fundraising, finalizzato all’abbattimento di pregiudizi e stereotipi, nel quadro della campagnaAnche le immagini uccidono“.

Non ho partecipato al convegno, ma l’argomento è di quelli che mi appassiona, e non da ora.

Mi piace ricordare che già nel 2010 gli avvocati Roberto Randazzo, Giuseppe Taffari, Eloisa Minolfi, Carlo Mazzini, insieme ad un gruppo di fundraiser di cui facevo parte, aveva sviluppato una seria riflessione sul tema e elaborato proposte di integrazione al codice di autodisciplina pubblicitaria, che non andarano in porto soprattutto per scarso seguito da parte delle associazioni.

Mi auguro che sforzi più recenti portino a migliori risultati. Nel novembre dello scorso anno, il tema è stato ripreso dal mio amico Nino Santomartino quale delegato per la comunicazione sociale Aoi, in un articolo apparso su Vita.it, ricco di richiami e per questo da non perdere: Raccolta fondi e immagini shock, quale punto di equilibrio?

Ecco come la penso in proposito.

Sono disgustato dall’uso delle immagini lesivo della dignità umana, in particolare dei bambini. Sono contrariato da quel genere di comunicazione che fa leva esclusivamente sull’emotività o sulla pancia del lettore. Molte associazioni fanno uso della prima. La bassa politica fa largo ricorso alla seconda.

Per restare sul terreno del fundraising, i teorici delle neuroscienze sostengono che le emozioni svolgono un ruolo chiave nelle campagne di raccolta fondi. Di conseguenza, la donazione smette di essere un atto responsabile, di condivisione e partecipazione, per diventare un gesto generato da processi che hanno luogo a livello inconscio.

So bene che l’emozione gioca un ruolo importante nella comunicazione. Qualsiasi messaggio, qualunque sia il mezzo o lo strumento con il quale viene veicolato, deve necessariamente catturare l’attenzione del donatore, potenziale o effettivo.

Considero tuttavia non solo miope ma pericoloso e diseducativo puntare sull’emotività, se non è accompagnata dalla razionalità, componente essenziale per spingere all’azione consapevole e responsabile, per generare cambiamento partendo dalle cause vere dell’ingiustizia e della disuguaglianza.

Raccogliere fondi senza porsi il problema di educare e mobilitare le coscienze non produce cambiamento. La semplificazione può dare risultati nel breve periodo, ma la realtà è complessa e come tale va rappresentata. Non ci sono soluzioni facili. Se il mondo dell’associazionismo e del volontariato vuole davvero lavorare per un mondo migliore e più giusto, deve cominciare dalla comunicazione, corretta, sincera, rispettosa della dignità delle persone.

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